Malattie reumatologiche: ne soffrono 3,5 milioni di italiane. Impatto significativo su lavoro,
pianificazione familiare e qualità della vita ·
Gravidanza: è possibile nella maggior parte dei casi ma via
pianificata. Gli esperti SIR alle pazienti: “Attenzione a non sospendere i
farmaci; la terapia va rivista insieme allo specialista”. ·
Studio e lavoro: a causa di fatigue cronica, dolore e rigidità
molte pazienti devono limitare le proprie aspirazioni. ·
Menopausa: crescono il rischio di osteoporosi e quello di
eventi cardiovascolari, già alti in chi convive con una malattia reumatologica. ·
La diagnosi precoce resta fondamentale; la malattia può
esordire con sintomi aspecifici e sfumati che non devono essere sottovalutati. Una diagnosi che arriva spesso
in giovane età, quando si costruiscono percorsi di studio, lavoro e
famiglia. Una patologia cronica che accompagna negli anni e che può
portare dolore e disabilità, intrecciandosi con scelte fondamentali come
la maternità e la carriera. È questa la realtà di molte donne che
convivono con una malattia reumatologica, circa 3,5 milioni nel nostro Paese.
Ad accendere i riflettori sul problema, in occasione della Giornata
nazionale della salute della donna (22 aprile), la Società Italiana di
Reumatologia (SIR) che sottolinea l’importanza di diagnosi precoce,
informazione e presa in carico specialistica. “Nelle malattie reumatologiche la
dimensione di genere è molto rilevante”, afferma Andrea Doria,
Presidente SIR e Professore di Reumatologia presso l’Università di Padova.
“In quelle autoimmuni sistemiche il divario maschi-femmine è particolarmente
marcato: il lupus eritematoso sistemico colpisce le donne con un
rapporto di circa 9 a 1 rispetto agli uomini, la malattia di Sjögren
arriva oltre 10 a 1, mentre nella sindrome da anticorpi
anti-fosfolipidi il rapporto è di circa 5 a 1; anche patologie molto
diffuse come l’osteoporosi presentano una netta predominanza femminile. Oggi
disponiamo di terapie efficaci che hanno migliorato significativamente la prognosi
di queste patologie ma è essenziale riconoscere come incidano in modo specifico
sulla salute delle donne, richiedendo percorsi diagnostici e terapeutici sempre
più attenti alle differenze di genere”. “Infatti, oltre a essere più
frequenti, le malattie reumatologiche nelle donne influenzano momenti cruciali
del loro ciclo di vita, dall’adolescenza alla menopausa”,
evidenzia Chiara Tani, coordinatrice del Gruppo di Studio SIR sulla
medicina di genere e reumatologa presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria
Pisana. GRAVIDANZA: OGGI
POSSIBILE, MA DA PIANIFICARE Alcune malattie reumatologiche
come le connettiviti esordiscono tipicamente tra i 20 e i 40 anni,
intercettando la fase fertile e ponendo interrogativi importanti sulla
possibilità di avere figli. “Oggi, nella maggior parte dei casi, la
gravidanza è possibile”, sottolinea Tani. “Tuttavia, richiede una
pianificazione attenta e un monitoraggio specialistico, multidisciplinare in
centri specializzati”. Le criticità principali riguardano il rischio di
riacutizzazione della malattia durante la gravidanza, il rischio di
complicanze ostetriche che sono più frequenti rispetto alla popolazione
generale (ad esempio parto pretermine, basso peso alla nascita, preeclampsia) e
la gestione delle terapie farmacologiche durante la gravidanza e
l’allattamento. “È fondamentale un counseling preconcezionale adeguato,
rivolto non solo alla paziente ma anche al suo compagno, e programmare la
gravidanza quando la malattia è sotto controllo, in un percorso condiviso tra reumatologo
e ginecologo”, aggiunge Tani. “Un errore ancora frequente tra le
donne è sospendere autonomamente i farmaci per paura che possano nuocere
al bambino. Oggi abbiamo terapie compatibili con la gestazione, mentre una
malattia attiva (dovuta all’interruzione della cura) può essere ben più
pericolosa”. LAVORO E STUDIO: SCELTE
CONDIZIONATE DALLA MALATTIA L’impatto delle malattie
reumatologiche va oltre la salute e investe direttamente autonomia e
prospettive di vita. “Abbiamo pazienti che hanno dovuto cambiare percorso
di studi o ridurre le proprie ambizioni professionali a causa della
malattia”, spiega Tani. “La fatigue cronica, il dolore, la
rigidità articolare e la necessità di terapie e controlli frequenti
impongono ritmi diversi”. Le conseguenze possono includere la riduzione
dell’orario di lavoro, la difficoltà a sostenere carichi elevati, la rinuncia a
opportunità di carriera (nel LES, ad esempio, si registrano tassi di work
disability e assenteismo fino a 2-3 volte superiori rispetto
alla popolazione generale e una percentuale di disabilità lavorativa
permanente di circa il 45% a 20 anni dalla diagnosi). “In alcuni
casi, come per esempio nel LES, anche le manifestazioni cutanee possono
rappresentare un elemento di disagio nella vita professionale, soprattutto per
chi svolge attività a contatto con il pubblico”, aggiunge l’esperta. MENOPAUSA: UNA FASE
CRITICA “L’avanzare dell’età e la menopausa
possono accentuare i sintomi delle malattie reumatologiche (dolori
articolari, stanchezza, disturbi dell’umore) e aumentare il rischio di
complicanze: ad esempio, l’osteoporosi, già frequente nelle donne
che assumono cortisone (ne soffre fino al 38% dei pazienti reumatici in terapia
steroidea), o gli eventi cardiovascolari, che dopo la menopausa possono
aumentare per una combinazione di fattori”, spiega Tani. “Da un
lato ci sono i fattori di rischio ‘classici’, come ipertensione arteriosa e
ipercolesterolemia, la ridotta protezione cardiovascolare dovuta al calo degli
estrogeni, e dall’altro lato, ci sono fattori legati alla malattia reumatica.
L’infiammazione cronica, infatti, accelera l’aterosclerosi e contribuisce al
danno vascolare. Nel complesso, le donne con malattie reumatiche presentano un rischio
di eventi cardiovascolari aumentato di circa 1,5–2 volte rispetto alla
popolazione generale”. Inoltre, i sintomi della menopausa possono
sovrapporsi a quelli reumatologici, rendendo più complessa la gestione clinica.
A ciò si aggiunge il fatto che alcune pazienti non possono ricorrere alla terapia
ormonale sostitutiva, limitando ulteriormente le opzioni terapeutiche. DIAGNOSI PRECOCE E
CONSAPEVOLEZZA: LE CHIAVI PER IL FUTURO Un elemento chiave resta la
diagnosi precoce. “Riconoscere tempestivamente queste patologie permette di prevenire
danni irreversibili e migliorare la qualità della vita”, conclude Tani.
“Sintomi come, ad esempio, stanchezza persistente, dolori articolari,
perdita di capelli o secchezza delle mucose non devono essere trascurati. Le
donne devono riferire questi disturbi al proprio medico curante in modo da
attivare la catena di approfondimenti specialistici che possono portare alla
diagnosi”. E una volta ricevuta la diagnosi, per la Società Italiana di
Reumatologia, la priorità è chiara: informare e accompagnare le pazienti. “Parlarne
è essenziale”, conclude Doria. “Perché una maggiore consapevolezza
permette alle donne di affrontare la malattia senza isolamento e con strumenti
adeguati”. |